Lettera ai miei genitori

Jul
2011
26

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Cari mamma e papà,

spero tanto che mi abbiate capito. Spero tanto di non avervi deluso. Alla fine ci sono riuscito. Dopo tanti sacrifici, fatiche, arrabbiature, intoppi, ce l’ho fatta e di questo devo ringraziare anche voi. A febbraio ho cominciato il mio periodo Erasmus a Varsavia. Sono stato fuori cinque mesi. Ho fatto di tutto e di più, per potermene andare. Per potervi lasciare. Ma non lo ho fatto perché non vi voglio più bene, o per motivi simili. Solo minimamente capisco cosa possa significare per voi vedere un figlio andarsene, consapevoli che non lo rivedrete per un pò di tempo. E mi dispiace e mi scuso con voi, per il dispiacere che vi ho dato. Ma non potevo rimanere. Mamma, papà: non potevo rimanere. In questi anni in cui ho studiato Ingegneria a Latina, ne ho viste di tutti i colori. Non ce l’avrei fatta a continuare così. Ho detto basta.

Ci sono state delle volte in cui mi sono sentito esasperato. Ho visto professori scomparire per un mese durante la sessione d’esame, e ho sentito dire dai responsabili del mio corso che non avevano idea di dove fosse. Ne ho visti altri farti aspettare ore per sostenere un esame. Altri ancora essere incaricati di un corso universitario senza aver mai fatto una lezione. Ho visto segreterie in cui tu devi pagare marche da bollo da quindici euro per due fogli in bianco e nero con scritti gli esami che hai fatto, e in cui ci sono impiegati che si contraddicono a vicenda sull’infinita burocrazia di stage, tirocini, lauree e iscrizioni. Ho visto studenti discutere tesi di laurea senza il loro relatore. E ho visto relatori parlare tranquillamente al cellulare mentre il loro studente discuteva il lavoro di mesi. Ho visto assistenti arroganti, maleducati, incompetenti. Ho visto corsi di laurea apparire e scomparire, tra riforme e contro riforme. Io tutto questo l’ho visto con i miei occhi. E tutti i miei amici, i miei compagni l’hanno visto. E Dio solo sa quante altre cose abbiamo visto, cose che non entrano nelle poche righe di una lettera indirizzata a voi. Uno studente sa quanto sia frustrante una situazione del genere. Poi, ovviamente, ho conosciuto tanti giovani ingegneri che vengono sottopagati con contratti a collaborazione. Ma questo è un discorso troppe volte sentito. Ho sentito parlare di energia nucleare in Italia, di appalti e sub – appalti. Forse, anche questo è un discorso troppo sentito. Però adesso, mamma e papà, voglio raccontarvi delle belle cose. Sono stanco di parlarvi sempre delle cose che non sono belle, delle solite cose.

Ho visto ragazzi che studiano in Svezia o in Polonia o Germania, che collaborano con aziende mentre sono iscritti all’università, che partecipano a lavori di gruppo, che passano giornate intere nei laboratori, che studiano in lingua inglese (ormai un punto essenziale di ogni curriculum vitae), che imparano e si confrontano. Ho sentito di progetti ambiziosissimi che parlano di una rete elettrica internazionale basata sulla produzione di energia da fonti rinnovabili che comprende decine di paesi in Europa, Medio Oriente e Africa (l’Italia, mamma e papà, non c’è in mezzo a questi paesi; noi, mamma e papà, noi avevamo deciso di puntare sul nucleare…scusate, avevo detto che era un discorso troppe volte sentito, ma non ho resistito!). E qui in Italia ho anche visto professori poco più che trentenni ammazzarsi di lavoro dentro l’università, che fanno le due di notte a preparare le lezioni, che sono educati e disponibili, che rispondono alle tue e-mail e che ti spronano. Esigenti da morire, ma che ti insegnano qualcosa e ti lasciano un segno dentro. Tutto questo ripagato con lo stipendio di un operaio. Ho anche visto studenti di un’intelligenza impressionante, sputare sangue sui libri e ottenere risultati splendidi. Ho visto genitori orgogliosi alle lauree dei loro figli. Ho sentito applausi a tesi incredibilmente interessanti.

Cari mamma e papà, io ho deciso di andarmene. Ma non sono fuggito. Cari mamma e papà, io non me la sento di fuggire. Io non me ne andrò definitivamente senza prima aver provato a fare qualcosa nel mio piccolo, per provare cambiare un minimo la più insignificante cosa che non va. Io non voglio vivere con il rimpianto di aver potuto fare di più. Almeno, vorrei trasmettere il mio entusiasmo a qualcun altro. Vorrei poter parlare con qualcuno, per fargli capire che siamo noi il futuro del nostro paese. Siamo noi quelli che costruiranno i palazzi, e i ponti, che staranno alle catene di montaggio, che guideranno gli autobus scolastici, che dirigeranno le grandi aziende, che serviranno il pane al bancone del forno. Siamo noi i maestri di matematica dei nostri figli, e dei figli dei nostri amici. Il nostro paese non sono le auto blu. Il nostro paese non sono i telegiornali. Il nostro paese non è la televisione. Il nostro paese non è la criminalità organizzata. Il nostro paese siamo noi. Il nostro paese lo costruiamo noi, con le nostre mani, davanti alla pietra nuda e sorda. Tanti stanno perdendo la speranza, tanti si sono sentiti derubati, tanti non torneranno. Io il mio futuro me lo voglio riprendere, mamma e papà. Sto solo organizzandomi sul come e il quando.

Con affetto,
Fabrizio.

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